Settembre, il mese che ricomincia. E l’ansia con lui.

Settembre è appena cominciato. Per chi vive a Milano non è un mese come un altro: c’è quell’aria sospesa da inizio anno, anche se il calendario dice altro. Le vacanze sono finite, l’agenda torna a riempirsi, e con lei arriva quella sensazione di dover ripartire con il piede giusto, come se settembre fosse davvero l’occasione per rimettere ordine in tutto quello che a giugno avevamo lasciato in sospeso.

Solo che la lista delle cose da riprendere, invece di dare energia, spesso toglie fiato. E la mente comincia a correre prima ancora che l’agenda sia aperta: e se non riuscissi a stare dietro a tutto, e se quest’anno fosse ancora più pesante del precedente, e se il tempo non bastasse mai. Un pensiero che si accavalla all’altro, mentre fuori tutto sembra ancora tranquillo, quasi normale.

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Quello che succede dentro spesso arriva prima ancora che ce ne accorgiamo con la testa. Il cuore che accelera senza un motivo preciso, il sonno che si accorcia o diventa più leggero, una tensione che si sistema tra le spalle o allo stomaco senza che sappiamo dire esattamente da dove venga. Il corpo, in un certo senso, sa già quello che la mente non ha ancora messo a fuoco.

Non è un caso che proprio in questi momenti molte persone notino anche cambiamenti nella digestione, nell’appetito, in una sensazione diffusa di pesantezza. Il microbiota, l’insieme dei microrganismi che popolano il nostro intestino, comunica costantemente con il cervello ed è particolarmente sensibile agli stati di tensione, tanto quanto lo sono i pensieri. Quando siamo sotto pressione, quel dialogo si altera, e i suoi effetti si fanno sentire anche sul piano emotivo, oltre che fisico, molto prima che riusciamo a dare un nome a quello che stiamo vivendo. Anche lo stress cronico e le emozioni non elaborate lasciano un segno preciso sul corpo, e coinvolgono tutto il sistema nervoso in un modo molto concreto

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C’è un aspetto che, nel mio lavoro, emerge con una chiarezza sorprendente. Quando una persona attraversa un momento di forte tensione, di stress prolungato, o vive qualcosa che potremmo definire come un piccolo trauma, osservando l’iride è possibile percepire con precisione quale sia la situazione reale di quella persona. Anche quando lei stessa, magari inconsapevolmente, tende a minimizzare quello che sta provando, o si racconta che va tutto bene perché è quello che serve mostrare agli altri.

L’iride non si lascia convincere dalle parole che usiamo per rassicurarci. Racconta quello che il corpo sta davvero vivendo, indipendentemente da come proviamo a descriverlo a noi stessi o agli altri.

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Di fronte a questa sensazione di sopraffazione, il primo istinto è quasi sempre lo stesso: organizzarsi meglio. Un planner più dettagliato, una lista di buoni propositi, magari qualche app per tenere tutto sotto controllo. Come se il problema fosse la gestione del tempo, e bastasse un metodo più efficiente per farlo sparire.

Ma l’ansia da rientro raramente nasce da una questione di organizzazione. Nasce da un corpo che è rimasto in allerta più a lungo di quanto pensassimo, da segnali che non abbiamo ascoltato, da un carico che si è accumulato senza che ce ne accorgessimo davvero. Per questo, per quanto ci si impegni a pianificare ogni dettaglio, quella sensazione di affanno continua a tornare: non è la lista delle cose da fare il problema, è quello che sta succedendo prima ancora di aprirla.

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Ed è proprio da qui che parte il mio modo di lavorare. Prima di qualsiasi altra cosa, una valutazione naturopatica bioenergetica permette di capire come si trovi la persona in quel momento specifico, non in astratto, ma nella sua situazione reale, anche attraverso l’osservazione dell’iride, come già accennato. Da lì, gli strumenti che scelgo cambiano a seconda di quello che emerge: la cromopuntura, che agisce sia a livello corporeo sia su quello più emotivo, la biorisonanza, un lavoro attento sull’alimentazione, e le sessioni di counseling per un supporto emotivo che accompagni la persona in quello che sta vivendo.

Non esiste un protocollo unico che vada bene per tutti. Ogni persona porta una storia diversa, e gli strumenti si scelgono e si combinano proprio a partire da quella storia, non da uno schema fisso applicato a chiunque entri nel mio studio. Se vuoi capire meglio come un supporto naturale per l’ansia possa affiancare un percorso di questo tipo, ne parlo più nel dettaglio in questo approfondimento.

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Dietro ogni sintomo, dietro ogni segnale che il corpo manda, c’è quasi sempre una storia da ascoltare, non un problema da sistemare in fretta. Non credo che le persone che arrivano da me abbiano qualcosa che non vada e debba essere aggiustato. Credo, piuttosto, che portino con sé un vissuto che a un certo punto abbia smesso di trovare spazio per essere espresso, e che il corpo abbia cominciato a raccontare al posto loro.

Per questo il lavoro che faccio non si concentra mai su un solo sintomo isolato. Guarda alla persona nel suo insieme, al corpo e alla mente insieme, allo stile di vita, alle abitudini, a quello che sta vivendo in quel momento specifico. Perché l’ansia da rientro, come qualsiasi altro segnale, ha senso solo se la guardiamo dentro la storia di chi la porta.

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Se in questi giorni ti riconosci in qualcosa di quello che ho raccontato, il primo passo non è correre a riorganizzare tutto. È fermarti un momento e ascoltare quello che il tuo corpo sta già provando a dirti, prima ancora che tu riesca a metterlo in parole.

È da qui che nasce anche Oltre l’Ansia, il percorso che ho costruito proprio per accompagnare chi vive questi segnali, in modo integrato e su misura, un passo alla volta, senza fretta e senza soluzioni preconfezionate. Perché settembre può ricominciare in tanti modi, ma il primo, forse il più importante, è quello di tornare ad ascoltarsi.